Bipolarismo: ovvero dialettica degli opposti.
È questo il carattere peculiare della nostra cultura. Fiorello Stefanato, da artista colto, ben lo sa. Egli ama ripetere: "Occorre ascoltare le cose". Intende che tutto quello che ci presenta il dato naturale deve essere recepito. La programmazione mentale, cioè, deve procedere di pari passo con la creazione fantastica; il progetto con la libertà. Ecco quindi conciliarsi, in una sorta di "reductio ad unum", le pulsioni dell’istinto con le sottigliezze dell’intelletto.
È da qui che si deve partire per capire - e quindi apprezzare - l’opera di Stefanato. Essa recepisce le matrici storiche dell’avanguardia (dal Cubismo al Surrealismo) immettendole in una freschezza e spontaneità che derivano dal fondo organico dell’individuo. L’immagine che ne esce ha il sapore genuino della natura e, insieme, l’astrazione meditata della mente. Come dire? Matematica e poesia si compenetrano. Linea e colore obbediscono a questa trasfigurazione del reale.
Stefanato lavora appunto su due direzioni che s’incrociano e danno luogo a mille varianti. Alcune opere, sia di pittura sia di incisione, mostrano chiaramente la partenza dal dato della natura: vegetazioni, alberi, radici, viluppi organici, grovigli antropomorfi, figure ben esplicitate o alluse, barbagli di luce nel paesaggio, erbe, fiori, insetti, grumi di terra. In certi casi entra nel dipinto, al limite, il reperto vegetale (dalle foglie ai semi). Ma ecco che l’altra direzione si sovrappone: è quella simbolica, in cui ogni elemento assume un suo significato, andando verso un "racconto" che diventa quasi lievito della fantasia, respiro spirituale. Ed è in tal modo che la cultura dell’artista invade il campo propriamente visivo, sublimandolo.
In questo processo appare quello che si può definire lo stile di Stefanato. Esso si avvale di un segno quasi sempre sinuoso, fluido, curvilineo, talora spiraliforme, comunque legato alle modalità di una "natura naturans". Non c’è mai (o c’è molto raramente) interruzione, cioè iato nello sviluppo delle forme, le quali si compenetrano come richiede la crescita stessa del viluppo vegetale. La sensazione è di un’assoluta spontaneità. Naturalmente si aggiungono raffinatezze di stesure cromatiche e di percezione pulviscolare. Tutto, in ogni caso, si compatta armonicamente, anche quando si nota una fuga delle forme verso l’esterno o appaiono sfocature suggestive di tono, magari contrappuntate da sottili nervature.
Questo avviene anche quando l’artista affronta temi ad ampio respiro: metafore della vita, storie sacre, ascesi addirittura dantesche, inserimenti di figure nello spazio cosmico. La partenza della natura è sempre percepibile, come lo è il momento di introspezione dell’intelletto.
L’evocazione di una bellezza quasi sovrumana è lì, a due passi: la si intuisce sotto l’ordito fitto dei segni e la fusione dei toni. L’apparenza cede alla fantasia. E ne emerge una sorta di lievissima fuga romantica verso l’irreale, visto come uscita dalle attrazioni del puro senso, cioè della materia.
Così va inteso il bipolarismo di Stefanato: come una spinta verso la purezza ideale dell’immagine. Non c’è più conflitto tra gli opposti: c’è, semmai, integrazione. Ogni opera diventa una finestra attraverso la quale l’afflato lirico si sprigiona verso la luce. Ci si sente liberati. Uomo e natura si incontrano e si mescolano felicemente. Gli stessi interrogativi posti da certi titoli delle incisioni ("Dove sei?", "Dove ti nascondi?") non sono che un invito a scrutare con l’occhio al di là delle cose: per scoprire il senso del rapporto con il mondo e, in esso, col mistero che lo sottende.
Marzo 2003 |