ANTOLOGIA CRITICA

Scrive Giorgio Segato:
Dalla personale di Limena
Il fare pittura per Fiorello Stefanato sembra collimare con un continuo esercizio di ricerca, di studio, di elaborazione preparatoria, di ideazione tematica e compositiva che non trova, e forse mai troverà, stesura definitiva. C’è lo slancio gestuale, spontaneo e squisitamente grafico-plastico (vicino agli schizzi essenziali degli scultori, quando prendono confidenza con lo spazio da occupare e lo misurano col segno largo); c'è la capacita analitica del “modelletto” da pittore consumato, che sa contenere in piccole dimensioni figure, forme, gesti, pieghe di luce, che richiedono poi la pagina ampia; c’è il senso del colore, il gioco degli andamenti cromatici come fil rouge conduttore del racconto, e individuazione dei nuclei ?gurali in dialogo nel campo del quadro; e c’è anche un attento studio sia scenografico che decorativo (nel senso migliore del termine), come è necessario nella pittura parietale. Eppure Stefanato sembra non voler andar oltre l’abbozzo stilizzato e ritiene compiuta l’opera anche senza i dettagli descrittivi, senza dare vera carne, vera sostanza al simulacro, fatto solo di innervature visionarie. Una sorta di intimo pudore lo trattiene, come se temesse di svelare troppo della sua profonda religiosità e del suo modo di rapportarsi al mistero della vita e al mistero dell’amore, della straordinaria complessità e beltà del dono dell’esistenza. Le sue figure, cosi, restano onde energetiche fasci luminosi che animano lo spazio alludendo a Maternità, a episodi dell’Antico Testamento, a Crocifissioni, Deposizioni, a Figure alate, a pale e ancone d’altare con Madonna, Bambino e Santi. Dico “alludendo” perché nelle sue composizioni o, meglio, nei suoi numerosissimi “studi” di arte religiosa e sacra per altari, pareti e anche per soffitti, è dato sempre di cogliere la citazione, il riferimento all’arte del passato (in particolare Michelangelo, Raffaello, Tiziano), come se con grande discrezione e timidezza egli intendesse solo evocare - nella speranza di ravvivare - la grande visione fideistica gotica, l’armonia tra cielo e terra rinascimentale, la tensione sensitiva ed estatica barocca, pur con la consapevolezza che viviamo un tempo di poca fede e di ancor più scarsa incidenza dell’arte sacra tradizionale sui comportamenti religiosi ed etici. I disastri delle guerre, il significato profondo dell’olocausto, la bomba atomica, la corsa al consumismo, la sempre più ampia divaricazione del mondo ricco dal mondo povero, hanno spento le grandi voci tonanti, smarrito i colori esaltanti, appiattito le forme esemplari, “monumentali", e reso eloquenti quasi solo il silenzio dell’introspezione, il vuoto della solitudine, le luci e le ombre della visione intima, il segno costruttivo piuttosto che descrittivo, il concetto astratto, e povero nell’evidenza del naturale, piuttosto che la forma fantastica resa sensibile. E ora è come se Fiorello Stefanato tornasse balbettando a comporre un discorso di recupero e di ridefinizione di una sensibilità religiosa contaminata, contagiata, restituendo, appunto, un “legame” diretto, sensibile, narrato e figurato col mondo ultraterreno, con il significato salvifico della Maternità, della Crocifissione, della mediazione ecclesiale. Naturalmente, la maggior parte delle sue opere si intitola “Studio per ...” ed è preferibilmente su carta o cartoncino, apparentemente come se si trattasse di elaborati iniziali, di progetti, di cartoni preparatori. ma in realtà si tratta di esplorazioni sensitive, emotive ed intellettive della plausibilità e necessità di una figurazione restitutiva del corpo sensibile, delle risonanze del corpo come riabilitazione di un sistema di valori, di un sistema di exempla, di una teleologia e di una teologia fondanti una morale che oggi appare sempre più limitata alla sfera individuale, scelta personale piuttosto che corale, cioè di una collettività che si riconosce in una Chiesa. In questo senso Fiorello Stefanato invita a una nuova testimonianza, sentendosi profondamente coinvolto nel religioso e nel sociale e ritrovando, nel fare pittura, nel segno e nel colore, la sua più adeguata forma di comunicazione. Anche dove pare liberarsi dall'esigenza di delineare le figure per silhouettes di luce e liberamente compone complesse, pulsanti, ferventi, e anche sensuali compenetrazioni di forme, più surreali che astratte, si avverte una volontà di comunicazione effettiva, in cui l'arte diventa ponte, terreno comune di esperienza, di sentire, del mettere in gioco le proprie convinzioni e ragioni, ma soprattutto nella speranza di poter accogliere qualcuna delle ragioni e delle certezze degli altri. A volte i suoi “bersagli” (vedi i titoli) possono apparire lontani o profondi rispetto alle indicazioni pittoriche di superficie, ma basta lasciarsi leggermente sedurre e guidare altrove rispetto al primo sguardo, inseguendo il gioco dei volumi, il fitto inseguirsi di allusioni grafiche e cromatiche, per entrare nello spirito dell’inquietudine metaforica di Fiorello, disturbato dal disordine, dall'inquinamento acustico, dalla vuota retorica dei politicanti, dalla mancanza di saldi punti di riferimento religiosi, sociali, etici, giuridici, e anche genericamente umani: il gesto, il segno, il volume, che di lontano mostrano a volte squarci e bagliori da affresco settecentesco, allo sguardo ravvicinato svelano un'adesione a un surrealismo organico che sicuramente diventa percorso liberatorio di urgenze, di fantasie, di tensioni, lacerazioni e ribellioni profonde, praticato affidandosi ad automatismi che aggallano grumi e nodi irrisolti, visioni oniriche che saturano il campo. Più recentemente Stefanato ha allargato i fasci di colore luce, ora con più decisa gestualità illustrativa ora con preziosa, raffinata tramatura da tapisserie (episodi dal Vangelo di Luca) ma ha anche sviluppato esperienze di pura tensione segnica nell’interessante sequenza delle terre in cui un dinamismo alla Boccioni e graffitismo primitivo sembrano congiungersi in documenti densi di presenze, di allusioni, di energia, di volontà di rigenerazione direttamente dalla terra. Giustamente Paolo Rizzi individuava nell'opera di Stefanato un peculiare bipolarismo: terra e creature della terra, e cielo e creature del cielo; due irrisolvibili poli di attrazione, due tensioni destinate sempre a coesistere in quanto proprie della condizione esistenziale, della condizione umana, e che ogni artista si prova di interpretare e, in qualche modo, come cerca di fare Fiorello Stefanato, di armonizzare, dando slancio alla carne e peso all'anima.